Intervista a coach Antonio Galdi: «A Serravalle ho trovato persone serie e un progetto vero»
Arriva da Vercelli, dove ha lasciato un segno profondo, e a Serravalle avrà un doppio compito: guidare la DR1 e fare da riferimento tecnico a tutti gli allenatori del settore giovanile. Abbiamo fatto qualche domanda ad Antonio Galdi per capire con quali idee comincia questa avventura in rossoblù.
Cosa ti ha convinto a sposare il progetto Wolves?
Sicuramente la serietà delle persone che ci lavorano, in primis Edoardo Gatti, che conosco da innumerevoli anni, e poi tutta la dirigenza, una volta conosciuta. Era il terzo anno che venivano a bussare alla porta. Serravalle la conoscevo per averci giocato contro con le prime squadre negli anni passati. So che è una società seria e che ha un buon progetto. Mi hanno chiesto di coordinare gli allenatori e di dare un’impronta al settore giovanile, ed è quello che spero di fare.
Che idea ti eri fatto di Serravalle da avversario, e che idea ti sei fatto adesso da dentro?
È la stessa idea che ho sempre avuto e che mi hanno confermato conoscendo i dirigenti: sono ben strutturati, hanno una visione chiara di quello che vogliono e cercano persone motivate a far crescere la loro società. Quella sarà sicuramente una delle cose che cercherò di fare.
Cosa ti porti dietro dell’esperienza vercellese?
È stata un’esperienza lunga e vissuta in più fasi. C’è stata la prima parte, con la finale arrivata fino a gara 5 per il salto in C Gold, persa contro Savigliano. Poi è arrivato il Covid, e anche quello lo abbiamo vissuto: allenamenti a distanza, online, ci siamo dovuti un po’ reinventare. Infine tutta una parte in cui la società ha deciso di puntare soltanto sui prodotti del proprio settore giovanile, e questo ci ha visto scendere di categoria fino alla Divisione Regionale 2. Un’esperienza con tante facce e con obiettivi diversi: gli ultimi erano quelli di far crescere i ragazzi del nostro settore giovanile e portarli a competere nei campionati senior, ed è quello che abbiamo fatto fino all’ultimo momento.
Che squadra ti aspetti di avere in mano in DR1?
Stiamo cercando di completare il roster con l’aiuto della società. So che alcuni giocatori senior dell’anno scorso si fermeranno, quindi avrò modo di conoscerli quando faremo il primo allenamento e il raduno. Stiamo provando a dare un’ossatura che abbia esperienza ma nella quale i nostri giovani possano esprimersi e crescere, magari prendendosi anche qualche responsabilità, non nell’immediato però. L’idea è quella di un progetto a lungo termine, in cui si riesca a portare dei ragazzi fino alla prima squadra.
Su cosa vuoi che si riconosca il tuo lavoro?
Innanzitutto dal punto di vista umano. Mi piace prendermi cura dei ragazzi che alleno, fare in modo di avere tutti la stessa visione, di andare tutti dalla stessa parte e di farli crescere in prospettiva, nel corso dell’anno.
Che tipo di allenatore sei per un giocatore: cosa gli chiedi tutti i giorni?
Quello che chiedo tutti i giorni è innanzitutto serietà. E poi impegno, attenzione, energia da dare per se stessi e per la squadra.
Sarai il riferimento tecnico per tutti gli allenatori del settore giovanile: come pensi di impostare questo lavoro?
Cercherò di dare un’impronta, ma prima di tutto devo conoscerli. Alcuni li ho formati io negli anni passati, penso a Davide Colli, altri dovrò conoscerli. L’idea è dare una visione moderna della pallacanestro, in cui tecnica e tattica vengano insegnate all’interno del gioco, perché poi alla fine si va a giocare: non devono essere scollegate da quella che è l’esperienza effettiva in campo.
Quanto conta che un allenatore di minibasket e uno di prima squadra parlino la stessa lingua?
È importante che un allenatore di prima squadra conosca il percorso dei ragazzi dall’inizio alla fine, ed è altrettanto importante che chi lavora nelle giovanili sappia quale sarà il risultato finale di quel percorso. Solo così si fa in modo che il ragazzo arrivi con tutte le competenze motorie e tecnico tattiche che gli permettano di essere il miglior giocatore possibile, per esprimere il talento di ognuno di loro.
Cosa deve saper fare un ragazzo di Serravalle quando arriva a bussare alla porta della prima squadra?
Un ragazzo che arriva in prima squadra, non solo a Serravalle ma in qualsiasi società, deve avere la fame di chi vuole veramente raggiungere il suo obiettivo. Non quella di voler mangiare tutto subito e poi, se non succede niente, perdere interesse. Quella è la prima cosa. Poi ci sono le qualità umane e soprattutto la disponibilità a essere allenato, che è una cosa abbastanza rara in questo momento storico. Avere la voglia di ascoltare i consigli e di metterli in pratica senza timore di sbagliare, perché se sbaglio e imparo dai miei errori sono un ragazzo che crescerà molto nel corso dell’anno.

