Intervista a Gigi Carlini: «Il sorriso è la medicina migliore per tutti i momenti di sconforto e difficoltà»
Ha iniziato a giocare a sei anni al PalaPatri e da lì, tranne qualche parentesi, non se n’è più andato. Luigi “Gigi” Carlini è entrato nello staff dei Wolves nel 2019 come assistente istruttore del minibasket, nel 2021 ha preso il tesserino da istruttore, ha allenato Pulcini, Scoiattoli e Aquilotti, nel 2024 è passato al settore giovanile da assistente e quest’anno arriva la tessera da Allenatore Regionale e la prima panchina da capo allenatore. Gli abbiamo chiesto cosa ha imparato lungo la strada, cosa serve davvero a un bambino in palestra e perché, per lui, un allenamento deve finire con i sorrisi.
Gigi, partiamo dall’inizio: nel 2019 entri come assistente istruttore nel minibasket. Come ci sei arrivato, e cosa ti aspettavi di trovare?
Nel 2019 sono entrato senza molte aspettative, non avevo ancora pensato al mio futuro in questa disciplina, ma Mattia Parodi mi ha chiamato per aiutarlo come assistente, scegliendo me perché da sempre ho giocato in questa società e in più avevo esperienza con i bambini, essendo stato animatore in diversi centri estivi.
Nel 2021 prendi il tesserino da istruttore. Cosa cambia davvero quando passi da “quello che dà una mano” a quello che ha la palestra sulle spalle?
Inizialmente non nascondo di aver avuto un po’ di timori, perché sentivo per la prima volta la responsabilità di gestire un gruppo minibasket da istruttore, ma appena incontrati i bimbi in palestra ed entrati insieme in campo tutto è diventato più semplice e automatico.
Hai seguito Pulcini, Scoiattoli e Aquilotti. Sono tre mondi diversi: cosa serve a un bambino di sei anni che a uno di dieci non serve più, e viceversa?
I bambini ovviamente sono diversi a tutte le età, ma qualcosa sicuramente li accomuna: a tutti serve la curiosità e la voglia di imparare e scoprire cose nuove, e il mio compito da allenatore è guidarli alla scoperta di questi aspetti nel mondo del basket. A sei anni, però, è fondamentale la voglia di crescere assieme agli altri, imparare a essere un gruppo e una squadra aiutandosi a vicenda, ma anche imparare a vivere la palestra con le sue regole e le sue gioie. Al contrario, un bimbo di dieci anni dovrebbe già sentirsi parte della squadra e vivere lo sport con le sue regole, e da questo momento deve iniziare a sbagliare per crescere, accettare gli errori e le correzioni per non commettere più quell’errore: è importante continuare a sbagliare con l’obiettivo di imparare sempre di più.
Chi ti vede lavorare dice tutti la stessa cosa: che sei uno che si fa voler bene, dentro e fuori dal campo, e che sei sempre pronto a dare qualcosa in più di quello che ti viene chiesto. I bambini queste cose le sentono prima di chiunque altro. Da dove ti viene questo modo di stare in palestra?
Sono contento che mi siano riconosciute queste qualità, perché penso che in parte siano dovute alla mia attitudine naturale nei rapporti con gli altri e soprattutto con i bambini. Penso che questo modo di essere sia non solo parte del mio carattere, ma che io lo abbia potuto acquisire e migliorare grazie alle esperienze che ho vissuto in prima persona sia come bambino che come giovane adolescente nel mondo oratoriale e degli Scout. Inoltre, la mia priorità è cercare sempre di rendere la palestra una “seconda casa” per tutti i ragazzi e le ragazze che si allenano con me.
Allenare bambine e bambini è una responsabilità enorme. Secondo te cosa serve per essere un buon maestro?
Sicuramente non è semplice essere un buon maestro e non credo che ci sia una definizione univoca per questo concetto, perché ciascun bambino ha bisogno di approcci diversi e quindi non basta un’unica versione di noi: la qualità imprescindibile è essere versatili. Penso, però, che saper osservare ed essere comprensivo sia fondamentale per aiutare tutti i ragazzi nella crescita, e soprattutto, quando un ragazzo è in difficoltà, aiutarlo a ritrovare il sorriso e la motivazione.
C’è un errore che hai fatto agli inizi e che oggi non faresti più?
Molto probabilmente ho compiuto tanti piccoli errori durante il mio percorso da allenatore e penso che fondamentale sia stata la mia capacità di gestire subito le situazioni problematiche che ne potevano derivare, cercando inoltre di imparare dai miei errori per non commetterne di simili. Se dovessi portare a esempio una situazione nello specifico che ricordo e che mi ha colpito, in tutta sincerità mentirei, perché credo che sia stato importante nel mio percorso cercare di focalizzarmi sui momenti di crescita, senza ripensare o rimuginare sui miei errori ma cercando di superarli immediatamente.
Dal 2024 inizi il percorso nel settore giovanile da assistente. Che salto è stato passare dal minibasket a ragazzi che giocano un campionato vero, con la classifica e i risultati?
Sicuramente è stato un momento molto importante e significativo per la mia vita: ho iniziato subito con un gruppo di ragazzi stupendo ed ero al fianco di coach Fra Gagliardini, che mi ha insegnato molto e aiutato a crescere come allenatore. Il passaggio dal minibasket al settore giovanile è stato rapido e abbastanza semplice: cambiano le prospettive per i bimbi e i ragazzi, ma non l’obiettivo di continuare a migliorarsi e crescere insieme.
Quest’anno arriva la tessera da Allenatore Regionale e la panchina da capo allenatore. Come è nata questa scelta e cosa ti ha spinto a fare l’esame?
La scelta è stata una coerente prosecuzione del mio percorso formativo, che mi ha visto partecipare al corso da Allenatore Regionale sostenendo l’esame che poi mi fornisce la tessera e quindi la possibilità di crescere nel mio lavoro. Sono partito dal minibasket, sono diventato assistente e poi capo allenatore: un naturale cammino di crescita personale e cestistica.
Una cosa che si nota subito è che i tuoi bambini in palestra sono felici, e non è un dettaglio scontato. Quanto conta, per te, che un allenamento finisca con i sorrisi?
Per me il sorriso è alla base di tutto. Se vogliamo crescere e puntare a migliorare dobbiamo sudare, fare fatica, avere voglia di fare fatica, sbagliare, intestardirci, capire, comprendere… ma soprattutto dobbiamo sorridere. Il sorriso è la medicina migliore per tutti i momenti di sconforto e difficoltà.
Nel minibasket il risultato non conta, nel giovanile inizia a contare. Come si tiene insieme la voglia di vincere con il fatto che davanti hai comunque dei ragazzi che devono crescere?
A mio avviso l’obiettivo è sempre lo stesso, sia nel minibasket che nelle giovanili: cercare sempre il miglioramento e la crescita personale di ogni giocatore e di squadra. Ovviamente nelle giovanili questo obiettivo i ragazzi poi lo vivono durante la partita, che è come una “verifica” del lavoro svolto nelle settimane e nei mesi precedenti. L’importante, però, è ricordare sempre di non cercare con ossessione la vittoria, ma puntare al miglioramento, che poi porterà nel tempo i suoi frutti.
Cosa dici a un genitore che ti porta il figlio in palestra per la prima volta e ti chiede: “ma diventerà bravo?”
Sicuramente inizierei con il dirgli che la cosa principale che un bambino deve trovare nello sport è felicità e soddisfazione, e che il nostro sport non insegna solo a vincere e a essere un bravo cestista, ma anche ad avere buona educazione e sani principi. Aggiungerei che con determinazione e forza di volontà tutti possono crescere e conquistarsi il loro spazio.
Sei uno che in società c’è sempre, anche quando non tocca a te. Cosa ti tiene attaccato a questo posto?
Diciamo che innanzitutto ho iniziato a sei anni a giocare in questa società e, tranne qualche parentesi fuori dalle mura del PalaPatri, sono sempre rimasto fedele a Serravalle. Penso che parte del merito tocchi al mio primo coach, Giuliano Boggeri, che mi ha dato tanto dal punto di vista della passione per il basket e dell’attaccamento alla società.
Ti ricordi un momento preciso, un allenamento o una partita, in cui hai pensato che quello che stavi facendo aveva senso?
Sicuramente mi è capitato in alcuni allenamenti di vedere che gli esercizi erano ad hoc per i ragazzi e di provare orgoglio per averli pensati e strutturati io. Ma se devo pensare a un momento esatto e preciso, direi una delle mie prime partite con l’Under 17 Gold da capo allenatore, in cui in un possesso decisivo nel finale del quarto quarto a Novara, dopo un time-out, abbiamo segnato un canestro fondamentale che ha sancito la vittoria della partita, su un’azione da me disegnata.
Che stagione ti aspetti e cosa vorresti che i tuoi ragazzi si portassero dietro a giugno, indipendentemente da come sarà andata?
Da questa stagione mi aspetto di migliorare come allenatore e di arricchire man mano il mio bagaglio tecnico e tattico. Spero e mi auguro di far crescere e appassionare tutti i ragazzi che allenerò durante tutto l’anno, e spero che a giugno i ragazzi siano felici del percorso fatto e fieri dell’impegno che hanno dato l’uno per l’altro e per la squadra.

